Quando si valuta la possibile risposta di un bacino a un evento meteorologico intenso, conoscere la quantità totale di pioggia non è sufficiente. Conta anche il modo in cui quella precipitazione si concentra nel tempo. Cinquanta millimetri caduti in mezz’ora, per esempio, possono produrre effetti molto più severi della stessa quantità distribuita nell’arco di una giornata. È proprio per rappresentare questa dinamica che vengono costruiti gli ietogrammi di progetto, indicati nella letteratura internazionale con l’espressione design hyetographs. Questi strumenti descrivono l’andamento temporale della precipitazione e consentono di valutare come un bacino, una rete di drenaggio o un’opera idraulica possa reagire a una determinata pioggia di progetto.
Ietogrammi di progetto: metodi, curve IDF e criteri per definire la pioggia critica e valutare con precisione le portate di piena sul territorio nazionale.
L’ietogramma costituisce quindi uno degli elementi di ingresso dei modelli di trasformazione afflussi-deflussi. A partire dalla precipitazione, il modello ricostruisce l’evoluzione della portata nel tempo fino a ottenere il relativo idrogramma di piena.
Che cosa indica un ietogramma
Un ietogramma rappresenta graficamente la distribuzione della pioggia durante un evento. Il tempo viene suddiviso in intervalli regolari e, per ciascuno di essi, si indica l’altezza di precipitazione oppure la sua intensità, generalmente espressa in millimetri all’ora.
Nel caso di un evento realmente osservato, i valori derivano dalle registrazioni di una stazione pluviografica. L’ietogramma di progetto segue invece una logica diversa: non riproduce una singola perturbazione già avvenuta, ma costruisce uno scenario sintetico associato a una determinata probabilità statistica.
L’obiettivo non è immaginare la forma esatta della prossima pioggia intensa. Si cerca, piuttosto, di definire un evento abbastanza plausibile e gravoso da mettere alla prova il sistema studiato.
Questo passaggio è fondamentale nella progettazione di reti fognarie, canali, tombini, attraversamenti stradali, vasche di laminazione, opere di regimazione e interventi per la riduzione del rischio idraulico.
Il ruolo delle curve di possibilità pluviometrica
La base statistica utilizzata per costruire un ietogramma è rappresentata dalle curve Intensità-Durata-Frequenza, comunemente abbreviate in curve IDF. Nel linguaggio tecnico italiano si parla anche di curve di possibilità pluviometrica.
Le curve mettono in relazione tre elementi:
- l’intensità della precipitazione;
- la durata dell’evento;
- la frequenza statistica con cui un determinato valore può essere raggiunto o superato.
In termini semplici, consentono di stimare quanta pioggia possa cadere in dieci minuti, un’ora, tre ore o un giorno, prendendo come riferimento un determinato tempo di ritorno.
Una relazione frequentemente impiegata assume la forma:
h(d,T_r)=a(T_r)cdot d^{n(T_r)}
In questa espressione, h indica l’altezza di precipitazione, d la durata dell’evento e (T_r) il tempo di ritorno. I coefficienti a e n vengono ricavati attraverso l’elaborazione statistica delle serie storiche disponibili.
L’intensità media corrispondente si ottiene invece dal rapporto tra altezza e durata:
i(d,T_r)=frac{h(d,T_r)}{d}
Le formule non devono essere considerate universali. I parametri cambiano da un’area all’altra perché riflettono differenti condizioni climatiche, orografiche e meteorologiche.
Quali dati utilizzare nel territorio nazionale
In Italia, le analisi pluviometriche si basano sulle serie raccolte dalle reti di monitoraggio presenti sul territorio. I dati possono provenire dai servizi idrografici, dalle strutture regionali di protezione civile, dalle agenzie ambientali, dalle autorità di bacino distrettuali e dagli altri enti responsabili delle osservazioni meteorologiche.
La disponibilità di una formula non garantisce però, da sola, l’affidabilità del risultato. Prima di utilizzarla occorre verificare almeno tre aspetti: la lunghezza della serie storica, la qualità delle misure e la coerenza dell’elaborazione con la posizione del bacino.
Una curva ricavata per un’area costiera, per esempio, non dovrebbe essere trasferita automaticamente a un bacino montano. Allo stesso modo, un’equazione costruita per precipitazioni di durata oraria potrebbe non essere adeguata per rappresentare eventi di pochi minuti.
L’impostazione metodologica può essere comune su scala nazionale, ma la scelta dei parametri deve sempre rispettare le caratteristiche dell’area analizzata.
Il tempo di ritorno non è una scadenza
Uno dei concetti più spesso fraintesi è quello di tempo di ritorno. Un evento con tempo di ritorno di 50 anni non si presenta necessariamente una volta ogni mezzo secolo. Può verificarsi due volte in pochi anni oppure non manifestarsi per un periodo molto più lungo.
Il parametro esprime una probabilità statistica. In una formulazione semplificata, un evento con (T_r=50) anni presenta una probabilità annua di superamento pari a circa:
P=frac{1}{T_r}
Nel caso considerato, la probabilità annua è quindi intorno al 2%.
La scelta del tempo di ritorno dipende dall’importanza dell’opera e dalle conseguenze associate a un eventuale superamento della sua capacità. Un piccolo sistema di drenaggio locale non viene necessariamente verificato con gli stessi criteri impiegati per una diga, un’infrastruttura strategica o un attraversamento inserito in un’area densamente abitata.
Entrano in gioco anche la vita utile dell’opera, la vulnerabilità del territorio e il livello di sicurezza richiesto dalla normativa o dalla pianificazione di settore.
Quanto deve durare la pioggia di progetto
Stabilire la durata totale dell’evento è uno dei passaggi più delicati. Una pioggia molto breve può produrre picchi intensi ma interessare soltanto una parte del bacino. Un evento più lungo consente invece alle aree più lontane di contribuire al deflusso nella sezione di chiusura.
Nei bacini di dimensioni contenute si considera spesso il tempo di corrivazione, vale a dire il tempo necessario affinché l’acqua proveniente dal punto idraulicamente più distante raggiunga la sezione di riferimento.
Quando la durata della pioggia si avvicina al tempo di corrivazione, gran parte del bacino può contribuire contemporaneamente alla portata. Questa condizione viene generalmente ritenuta critica, ma non rappresenta una regola automatica valida in ogni situazione.
Nei bacini complessi, infatti, la risposta può essere modificata dalla presenza di invasi, aree di esondazione, canali artificiali, superfici urbanizzate o opere di laminazione. Per questo motivo è spesso più corretto confrontare diverse durate anziché affidarsi a un unico scenario.
La scelta del passo temporale
Una volta stabilita la durata complessiva, l’evento deve essere suddiviso in intervalli di ampiezza (Delta t).
La scelta non è irrilevante. Se il passo temporale è troppo ampio, il massimo di precipitazione viene mediato su un intervallo eccessivamente lungo e il picco di intensità può risultare attenuato. Utilizzare intervalli molto brevi offre invece una descrizione più precisa, ma richiede dati adeguati e aumenta il numero dei calcoli.
Per un bacino urbano, caratterizzato da superfici impermeabili e tempi di risposta rapidi, può essere necessario lavorare con intervalli di pochi minuti. In un bacino esteso e prevalentemente naturale, un passo più lungo può risultare sufficiente.
Il criterio da seguire è la coerenza tra il passo dell’ietogramma, la velocità di risposta del bacino e la risoluzione temporale del modello idrologico.
Il metodo dei blocchi alternati
Tra le tecniche maggiormente utilizzate figura l’Alternating Block Method, chiamato in italiano metodo dei blocchi alternati.
Il procedimento inizia calcolando, attraverso la curva di possibilità pluviometrica, le altezze cumulative corrispondenti a durate crescenti:
Delta t,;2Delta t,;3Delta t,ldots,nDelta t
A questo punto si determinano le precipitazioni incrementali. Il blocco relativo al secondo intervallo, per esempio, si ottiene sottraendo alla pioggia cumulata delle prime due unità temporali quella riferita al solo primo intervallo.
Lo stesso calcolo viene ripetuto per tutte le durate considerate. Si ottiene così una serie di blocchi aventi uguale durata ma diversa altezza di precipitazione.
Il blocco più intenso viene collocato nella posizione scelta per il picco dell’evento. Gli altri vengono ordinati in senso decrescente e distribuiti alternativamente prima e dopo il massimo.
La forma finale può essere simmetrica, con il picco centrale, oppure asimmetrica. Un massimo anticipato produce una risposta diversa da un picco collocato nella parte conclusiva dell’evento, soprattutto quando il bacino presenta importanti capacità di accumulo o condizioni iniziali di elevata saturazione.
Il metodo è cautelativo perché riunisce nello stesso evento valori critici riferiti a più durate. Proprio per questo motivo, pur essendo molto utilizzato, non va interpretato come la riproduzione fedele di una perturbazione reale.
Il Chicago Design Storm
Un approccio differente è rappresentato dal Chicago Design Storm, sviluppato originariamente per lo studio delle precipitazioni intense nei sistemi di drenaggio urbano.
In questo caso la costruzione dell’ietogramma parte direttamente dall’equazione della curva IDF. L’evento viene suddiviso in due rami: uno precedente e uno successivo al massimo di intensità.
La posizione del picco è definita attraverso il parametro adimensionale r, che esprime il rapporto tra il tempo che precede il massimo e la durata totale della pioggia.
Se il valore di r è basso, il picco si verifica nella fase iniziale. Valori più elevati spostano invece la massima intensità verso la parte finale dell’evento.
Questa possibilità rende il metodo particolarmente utile nella verifica di collettori, nodi fognari e vasche di accumulo. In una rete articolata, infatti, la posizione temporale del picco può influenzare la sovrapposizione delle portate provenienti da diversi sottobacini.
Dalla pioggia puntuale a quella media sul bacino
Le curve IDF vengono generalmente elaborate a partire da misure puntuali. Una stazione registra ciò che avviene in una posizione precisa, mentre un bacino può estendersi per decine o centinaia di chilometri quadrati.
Non è realistico ipotizzare che il massimo rilevato in un punto interessi contemporaneamente tutta la superficie. Per tenere conto di questa differenza si ricorre al fattore di riduzione areale, noto anche come Areal Reduction Factor o ARF.
Il coefficiente permette di passare dalla precipitazione puntuale alla pioggia media areale. Il suo valore dipende soprattutto dall’estensione del bacino e dalla durata dell’evento.
Nei bacini molto piccoli la correzione può essere minima. Al crescere della superficie, invece, la distanza tra il massimo puntuale e il valore medio tende ad aumentare.
Non tutta la pioggia diventa deflusso
L’ietogramma descrive la precipitazione totale, ma soltanto una parte contribuisce direttamente alla formazione della piena.
Una quota viene intercettata dalla vegetazione, un’altra infiltra nel terreno e una parte può accumularsi nelle depressioni superficiali. Ciò che resta costituisce la pioggia efficace, cioè la componente che alimenta il deflusso.
La stima delle perdite può essere effettuata con diversi metodi. Tra quelli più conosciuti rientrano il Curve Number, l’indice (phi), il modello di Horton e le formulazioni basate sull’infiltrazione variabile nel tempo.
La scelta dipende dai dati disponibili e dalle caratteristiche del bacino. Un suolo asciutto e permeabile risponde in modo diverso da un terreno già saturo. Allo stesso modo, un’area urbanizzata, ricoperta da asfalto e coperture, produce generalmente una risposta più rapida rispetto a una superficie agricola o boscata.
Perché un solo ietogramma potrebbe non bastare
Ogni ietogramma di progetto contiene una quota di convenzionalità. La pioggia reale non segue necessariamente una distribuzione simmetrica e non colloca sempre il massimo nello stesso punto dell’evento.
Per questo motivo, soprattutto negli studi più rilevanti, è consigliabile svolgere un’analisi di sensibilità. Si possono confrontare piogge con picco anticipato, centrale e ritardato, oppure mettere a confronto il metodo dei blocchi alternati con il Chicago Design Storm.
Può essere utile anche verificare la risposta del modello utilizzando eventi storici realmente osservati, purché i dati siano completi e rappresentativi.
La soluzione più gravosa non coincide necessariamente con l’evento caratterizzato dalla maggiore altezza totale. In alcuni bacini può risultare determinante un picco molto breve; in altri, una precipitazione meno intensa ma prolungata è in grado di saturare il suolo e produrre portate superiori.
La costruzione dell’ietogramma di progetto non dovrebbe quindi essere trattata come un semplice esercizio matematico. È una scelta tecnica che richiede dati affidabili, conoscenza del territorio e capacità di interpretare la risposta idrologica.
Solo mettendo in relazione curva pluviometrica, durata dell’evento, distribuzione temporale, perdite e caratteristiche del bacino è possibile ottenere una stima credibile della piena di progetto.
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L’articolo Ietogrammi di progetto: dalla pioggia critica alla stima delle portate di piena proviene da Unione Geometri.
Autore: Mauro Melis
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