Davanti a una vecchia copertura in cemento-amianto, la prima decisione da prendere non riguarda il prodotto da applicare e neppure il costo dello smaltimento. Prima ancora bisogna stabilire se quel manufatto debba essere rimosso, possa essere mantenuto sotto controllo oppure abbia caratteristiche tali da consentirne la messa in sicurezza senza demolizione.

Stato di conservazione, scelta della tecnica, requisiti dei rivestimenti e controlli successivi: la guida per gestire correttamente coperture e manufatti contenenti amianto negli edifici italiani.

L’amianto presente in un edificio, infatti, non comporta automaticamente l’obbligo di smontare il manufatto. A incidere sulla scelta sono soprattutto stato di conservazione, friabilità, possibilità di danneggiamento, accessibilità e condizioni di utilizzo dell’immobile.

In questo scenario trova spazio anche l’incapsulamento dell’amianto, una tecnica che consente, quando ricorrono le condizioni tecniche necessarie, di mantenere il materiale nella sua posizione creando una protezione capace di ridurre il rischio di dispersione delle fibre.

La differenza rispetto alla rimozione è sostanziale: il problema non viene eliminato fisicamente dall’edificio, ma viene gestito attraverso un sistema che dovrà restare efficace e controllabile nel tempo.

Prima della bonifica viene la diagnosi del manufatto

Il D.M. 6 settembre 1994 costruisce la gestione dell’amianto negli edifici partendo dall’osservazione delle condizioni effettive dei materiali.

Un manufatto integro, difficilmente accessibile e scarsamente esposto a possibili danneggiamenti presenta una situazione molto diversa rispetto a una copertura deteriorata, sfaldata o interessata da lavorazioni che potrebbero comprometterne la superficie.

La presenza di amianto deve quindi essere letta insieme al suo stato di conservazione.

Da questa analisi possono derivare scenari differenti. In alcune situazioni può essere sufficiente mantenere il materiale sotto sorveglianza attraverso un programma di controllo. In altre può diventare necessario intervenire per evitare che il deterioramento favorisca il rilascio di fibre.

La logica è importante anche dal punto di vista pratico: non esiste una tecnica di bonifica automaticamente adatta a qualsiasi edificio.

La Legge 27 marzo 1992, n. 257 ha vietato la produzione e la commercializzazione dell’amianto, ma la gestione dei materiali già presenti negli edifici è stata affidata a un sistema di valutazione e controllo sviluppato dalla normativa tecnica successiva.

È dunque sbagliato impostare il problema esclusivamente attraverso l’alternativa “lasciare tutto com’è oppure rimuovere”.

Tra questi due estremi esistono altre possibilità previste dalla disciplina italiana.

Tre modi diversi di intervenire sull’amianto

Quando le condizioni del materiale rendono necessaria una bonifica, il quadro normativo individua tre strade principali: rimozione, confinamento e incapsulamento.

Sono interventi profondamente diversi perché cambia il rapporto tra il materiale contenente amianto e l’edificio.

Con la rimozione, il manufatto viene smontato ed eliminato. L’edificio viene quindi liberato dalla sorgente contenente amianto, mentre le lastre e gli altri materiali rimossi devono essere gestiti secondo le specifiche regole previste per trasporto e smaltimento.

Nel confinamento, invece, l’amianto rimane nella propria posizione ma viene separato dall’ambiente attraverso una barriera fisica.

L’incapsulamento segue una terza strada: si interviene direttamente sul materiale applicando prodotti studiati per stabilizzarne la superficie e ostacolare il rilascio delle fibre.

Non si tratta, dunque, di tre varianti della stessa lavorazione. Sono strategie differenti e devono essere valutate tenendo conto sia delle condizioni attuali sia della futura gestione dell’immobile.

Cosa succede realmente quando l’amianto viene incapsulato

Il termine può suggerire l’idea di un involucro aggiunto intorno alla copertura. Tecnicamente il principio è più articolato.

I sistemi incapsulanti possono utilizzare prodotti con funzione penetrante oppure ricoprente.

Nel primo caso il prodotto entra nello strato superficiale del materiale e contribuisce a consolidarlo, migliorandone la coesione.

Nel secondo viene creato un rivestimento continuo sulla superficie, con l’obiettivo di formare una barriera capace di ridurre il distacco e la dispersione delle fibre.

Nella pratica i sistemi possono combinare le due funzioni all’interno di un ciclo applicativo composto da più prodotti e più passaggi.

È proprio per questo che parlare di incapsulamento come di una semplice “verniciatura dell’Eternit” è tecnicamente fuorviante.

Il risultato dipende dall’idoneità della superficie, dal sistema scelto, dalle modalità di preparazione del manufatto e dalla corretta applicazione degli strati previsti.

Non tutte le vecchie lastre possono essere trattate

Il fatto che una copertura sia realizzata in cemento-amianto non significa automaticamente che possa essere incapsulata.

Una delle verifiche preliminari riguarda la capacità del manufatto di sopportare il trattamento.

Una superficie molto degradata, scarsamente coesa o caratterizzata da importanti problemi di adesione potrebbe non offrire condizioni sufficienti per garantire la stabilità del nuovo rivestimento.

Anche la presenza di infiltrazioni, deformazioni o criticità strutturali deve essere considerata prima di decidere.

L’incapsulamento trova quindi il proprio campo di applicazione soprattutto quando è ancora possibile conservare il manufatto in opera garantendo una protezione efficace.

La domanda da porre diventa quindi molto concreta: la copertura è nelle condizioni di essere mantenuta e protetta oppure il suo degrado rende più opportuno sostituirla?

È questa valutazione, più del confronto immediato tra preventivi, che dovrebbe orientare la scelta.

Il D.M. 20 agosto 1999 distingue quattro sistemi di intervento

Una volta stabilito che l’incapsulamento è tecnicamente praticabile, occorre individuare il tipo di rivestimento adatto.

Il D.M. 20 agosto 1999 disciplina in maniera specifica i rivestimenti utilizzati per la bonifica dei manufatti in cemento-amianto e li suddivide in quattro categorie.

La distinzione dipende principalmente dalla collocazione della superficie e dalla funzione che il prodotto deve svolgere.

  • Il Tipo A riguarda i manufatti lasciati a vista all’esterno. È il caso tipico di una copertura direttamente sottoposta a sole, pioggia, vento e variazioni termiche.
  • Il Tipo B interessa invece le superfici a vista collocate all’interno degli edifici.
  • Il Tipo C riguarda applicazioni non a vista e può entrare in sistemi nei quali l’incapsulamento viene associato ad altre soluzioni, come il confinamento.
  • Il Tipo D ha una funzione differente rispetto ai precedenti: viene utilizzato come trattamento ausiliario nelle attività che comportano la gestione o la rimozione del materiale, con l’obiettivo di limitare la dispersione delle fibre.

La classificazione è rilevante perché i prodotti devono rispettare prestazioni specifiche in funzione dell’utilizzo previsto.

Un normale rivestimento impermeabilizzante non può quindi essere considerato automaticamente equivalente a un sistema incapsulante conforme.

La superficie viene prima del prodotto

Uno degli errori più facili consiste nel concentrare l’attenzione esclusivamente sul materiale da applicare.

In realtà, la riuscita dell’intervento dipende in modo decisivo dallo stato del supporto.

Muschi, depositi, parti degradate o contaminazioni superficiali possono compromettere l’adesione del ciclo. La preparazione della copertura diventa quindi una fase tecnica centrale.

Ma c’è un vincolo evidente: si sta lavorando su una superficie contenente amianto.

Qualsiasi operazione preliminare deve quindi evitare di trasformare una lavorazione preparatoria in una fonte di dispersione delle fibre.

Il D.M. 20 agosto 1999 richiede l’impiego di modalità e attrezzature adeguate a questo obiettivo e disciplina anche la gestione dei residui eventualmente prodotti durante la preparazione.

È un passaggio che evidenzia bene la differenza tra una normale manutenzione del tetto e una vera bonifica di cemento-amianto.

La qualità del risultato non dipende soltanto dalla membrana finale, ma dalla correttezza dell’intera lavorazione.

Il colore diventa uno strumento di controllo

Una caratteristica particolare dei sistemi incapsulanti riguarda il modo in cui vengono applicati alcuni strati.

La normativa prevede, nei casi stabiliti, l’impiego di colorazioni contrastanti tra le differenti mani di rivestimento.

Non è una scelta estetica.

Il contrasto permette prima di tutto di verificare più facilmente la copertura uniforme della superficie durante l’esecuzione dei lavori.

Ma acquista ancora maggiore importanza negli anni successivi.

Se l’usura dello strato esterno rende nuovamente visibile il colore sottostante, chi effettua il controllo dispone di un’indicazione immediata del deterioramento del rivestimento.

Il colore assume così una vera e propria funzione diagnostica.

Questo meccanismo anticipa un concetto essenziale per comprendere l’incapsulamento: la bonifica non termina il giorno in cui viene concluso il cantiere.

L’amianto resta in opera e deve continuare a essere gestito

È probabilmente la differenza più importante rispetto alla rimozione.

Dopo l’incapsulamento, sotto la nuova protezione continua a essere presente un manufatto contenente amianto.

Per questo il rivestimento deve essere inserito in un programma di controllo e manutenzione.

Nel tempo occorre verificare l’eventuale formazione di fessurazioni, distacchi, deterioramenti o zone nelle quali lo strato protettivo abbia perso continuità.

Quando emergono criticità, può diventare necessario ripristinare le porzioni danneggiate oppure rinnovare parte del trattamento.

Non è quindi tecnicamente corretto attribuire all’incapsulamento una durata universale.

La vita utile dipende da numerosi fattori: esposizione della copertura, condizioni ambientali, caratteristiche del sistema, qualità della posa, stato iniziale del manufatto e manutenzione effettuata nel corso degli anni.

Più che domandarsi “quanto dura?”, è corretto chiedersi come verrà verificata nel tempo la sua efficacia.

La bonifica non può essere affidata a una normale impresa edile

Anche la qualificazione di chi esegue l’intervento fa parte del sistema di sicurezza.

L’Albo Nazionale Gestori Ambientali prevede infatti una categoria specificamente dedicata alla bonifica dei beni contenenti amianto.

La Categoria 10A riguarda gli interventi sui materiali edili nei quali l’amianto è legato a matrici cementizie o resinoidi: è quindi la categoria direttamente collegata a molte coperture in cemento-amianto.

La Categoria 10B comprende invece una gamma più ampia di materiali contenenti amianto, compresi quelli con caratteristiche differenti rispetto alle comuni lastre cementizie.

L’impresa deve rispettare i requisiti previsti dall’Albo e disporre delle figure tecniche necessarie.

Per il committente, controllare l’iscrizione dell’operatore costituisce quindi uno dei primi passaggi da compiere prima dell’affidamento dei lavori.

Dal 2026 cambia anche il quadro sulla tutela dei lavoratori

La disciplina dell’amianto non si esaurisce nei decreti tecnici degli anni Novanta.

Dal 24 gennaio 2026 è entrato in vigore il D.Lgs. 31 dicembre 2025, n. 213, che ha aggiornato numerose disposizioni del D.Lgs. 81/2008 in materia di esposizione professionale all’amianto, recependo la direttiva europea 2023/2668.

La nuova disciplina interessa le attività nelle quali i lavoratori possono essere esposti alle fibre, comprese manutenzione, ristrutturazione, demolizione, rimozione e bonifica.

La normativa sulla sicurezza deve quindi essere letta oggi tenendo conto delle disposizioni aggiornate del Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro.

A seconda della tipologia di intervento possono trovare applicazione differenti adempimenti, dalla notifica all’organo di vigilanza alle procedure previste per le attività di demolizione e rimozione.

Il riferimento ai più recenti aggiornamenti è particolarmente importante quando si utilizzano documenti tecnici emanati molti anni fa: le prescrizioni sui sistemi incapsulanti restano centrali, ma gli obblighi riguardanti la tutela dei lavoratori devono essere verificati sulla base della legislazione oggi vigente.

Il vero confronto non è tra “incapsulare” e “smaltire”

Ridurre la scelta a una comparazione di costi rischia di essere fuorviante.

L’incapsulamento può evitare lo smontaggio immediato delle lastre e, in determinate condizioni, consentire di mantenere la copertura in esercizio. Questo può tradursi in un intervento meno invasivo.

Ma comporta anche una conseguenza precisa: l’amianto resta nell’immobile.

Di conseguenza continueranno a essere necessari controlli, gestione documentale e attenzione in occasione di futuri lavori sul fabbricato.

La rimozione presenta un quadro diverso: richiede operazioni più complesse nella fase iniziale, ma elimina definitivamente quel materiale dalla struttura.

La scelta più razionale deve quindi tenere conto della destinazione dell’edificio, delle condizioni della copertura, degli interventi previsti negli anni successivi e del costo complessivo della gestione nel tempo.

In un fabbricato destinato a una profonda riqualificazione, per esempio, mantenere una copertura fortemente deteriorata potrebbe avere poco senso.

In un immobile nel quale il manufatto risulta ancora compatibile con un intervento conservativo, invece, l’incapsulamento del cemento-amianto può rappresentare una soluzione tecnicamente valutabile.

Dalla presenza dell’amianto alla scelta dell’intervento: il percorso corretto

Una corretta gestione può essere sintetizzata in una sequenza molto diversa da quella che spesso viene seguita nella pratica.

Prima viene accertata la presenza del materiale.

Poi si valuta come sta, se è integro, deteriorato, accessibile o soggetto a possibili danneggiamenti.

Solo a quel punto si stabilisce se sia sufficiente mantenerlo sotto controllo oppure se serva una bonifica.

Quando l’intervento è necessario, si confrontano le alternative possibili: rimozione, confinamento o incapsulamento.

Se viene scelta quest’ultima strada, occorre verificare l’idoneità della superficie, utilizzare un sistema conforme al D.M. 20 agosto 1999, affidare il lavoro a operatori qualificati e organizzare sin dall’inizio i controlli successivi.

Il principio fondamentale è quindi semplice: incapsulare l’amianto non significa nasconderlo, ma assumersi la responsabilità di mantenerlo in condizioni di sicurezza nel tempo.

Ed è proprio questa distinzione a trasformare un rivestimento superficiale in un vero intervento di bonifica.

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L’articolo Amianto in copertura: come scegliere l’intervento corretto senza partire dalla rimozione proviene da Unione Geometri.

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Autore: Mauro Melis

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